
Lorenzo Maria Pacini
L'Italia rischia di importare la crisi degli oppioidi come ha importato tante altre cose decise fuori: in ritardo, senza strumenti propri, adattandosi a un problema modellato sulle esigenze e sui mercati di altri.
Il furto di fentanyl a Roma
Una cassaforte aperta senza scasso, una chiave che passava per le mani di una ventina di persone, ottanta fiale sparite nel giro di due giorni. È successo a Roma, alla farmacia dell'Ospedale Israelitico della Magliana, tra il 22 e il 24 giugno. La responsabile della farmacia se ne accorge durante un conteggio, sporge denuncia contro ignoti ai carabinieri del Trullo, e da lì parte tutto: Procura, NAS, un'informativa a piazzale Clodio, un'ispezione del Ministero della Salute e, il 3 luglio, una riunione d'urgenza a Palazzo Chigi presieduta dal sottosegretario Mantovano.
La cifra che ha fatto scattare l'allarme è una sola: quelle ottanta fiale bastano a confezionare fino a ventimila dosi da immettere sul mercato illecito. Il fentanyl è un oppioide sintetico fino a cento volte più potente della morfina; ne bastano circa tre milligrammi per uccidere un adulto. Un ammanco del genere, in un ospedale, non è un furto qualsiasi. È la spia accesa su un problema che l'Italia ha finora guardato da lontano, come se riguardasse sempre qualcun altro.
Conviene partire dai fatti, perché intorno a questo episodio si è già mossa la fantasia di chi cerca trame occulte dove invece c'è, molto più banalmente, un sistema di custodia che ha fallito. Sul caso indaga la magistratura per furto e detenzione ai fini di spaccio, l'ipotesi più concreta è quella del furto su commissione, e l'ospedale si è costituito parte lesa. Nessuna effrazione, nessun mistero internazionale: una chiave usata da troppe mani e una zona della farmacia sprovvista di videosorveglianza. Il resto lo diranno le indagini.
Il fentanyl nasce in laboratorio nel 1960 come anestetico e antidolorifico. In medicina è una risorsa preziosa: si usa nelle terapie del dolore severo, in anestesia, nei pazienti oncologici in fase avanzata. Il problema non è la molecola in sé, ma la sua potenza. Rispetto alla morfina è fino a cento volte più forte, rispetto all'eroina fino a cinquanta. Questo significa che la distanza tra la dose che allevia il dolore e la dose che ferma la respirazione è sottilissima. Un margine d'errore che nel consumo illecito diventa una roulette.
A differenza dell'eroina, che richiede coltivazioni di papavero, raffinazione e lunghe rotte di contrabbando, il fentanyl si sintetizza chimicamente. Non serve un campo, serve un laboratorio e i precursori giusti. Nel circuito illegale nordamericano lo schema è ormai consolidato: i precursori chimici arrivano in larga parte dalla Cina, la sintesi e il taglio avvengono nei laboratori clandestini dei cartelli messicani, il prodotto finito attraversa il confine con gli Stati Uniti. Costa poco produrne molto, ed è per questo che ha soppiantato l'eroina: rende di più, pesa di meno, si nasconde meglio.
Spesso non viene nemmeno venduto puro. Lo si usa per tagliare altre sostanze, cocaina, eroina, pasticche contraffatte fatte passare per farmaci legali, quasi sempre all'insaputa di chi le compra. È qui che il fentanyl uccide di più: nessuno sa di averlo assunto finché non è troppo tardi.
L'apocalisse americana
Per capire la posta in gioco basta guardare cosa è successo dall'altra parte dell'Atlantico. Negli Stati Uniti l'epidemia degli oppioidi ha attraversato tre ondate. Comincia negli anni Novanta con gli antidolorifici da prescrizione, l'OxyContin della Purdue Pharma in testa, promosso in modo aggressivo e con una dipendenza sistematicamente minimizzata dall'azienda. Prosegue con l'eroina, verso cui migliaia di pazienti dipendenti si spostano quando le ricette si stringono. E infine esplode con il fentanyl, che dal 2013 in poi satura il mercato illecito.
I numeri sono da guerra. Nel biennio 2022-2023 gli Stati Uniti hanno toccato il picco, sfiorando i centodiecimila morti per overdose all'anno, la maggioranza dei quali riconducibili agli oppioidi sintetici. Il fentanyl è diventato la prima causa di morte per gli americani tra i diciotto e i quarantaquattro anni, davanti agli incidenti stradali e alle armi da fuoco. Non un problema sanitario tra i tanti: la principale causa di morte di un'intera fascia d'età.
C'è stata, di recente, un'inversione. Nel 2024 le morti per overdose sono scese a circa settantanovemila, e i dati provvisori del 2025 parlano di quasi settantamila, un calo di quasi il quattordici per cento. Merito della diffusione capillare del naloxone, l'antidoto che riattiva la respirazione, dell'ampliamento dei trattamenti e di alcuni cambiamenti nel mercato illecito. È un progresso reale, ma nessuno lo chiama vittoria: si continua a morire a decine di migliaia, e la crisi resta la più grave emergenza di salute pubblica che gli Stati Uniti abbiano affrontato in tempo di pace.
Che gli Stati usino il narcotraffico come leva politica non è dietrologia. È storia documentata, e conviene tenerla distinta dalle leggende, perché la realtà è già abbastanza pesante da non aver bisogno di abbellimenti.
Il precedente più antico è quello coloniale britannico. A metà Ottocento la Gran Bretagna combatté due guerre contro l'impero cinese, le Guerre dell'oppio, per difendere il diritto dei propri mercanti di vendere oppio indiano alla popolazione cinese. Il narcotraffico non era un effetto collaterale del commercio imperiale: ne era uno strumento deliberato, sostenuto dalle cannoniere. Un Paese sovrano che tentava di vietare una droga sul proprio territorio fu piegato con la forza militare.
Più vicino a noi c'è lo scandalo Iran-Contra. Negli anni Ottanta apparati statunitensi finanziarono i Contras nicaraguensi in modi che, come accertato dalla commissione Kerry del Senato americano nel 1989, si intrecciarono con il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti, tollerato o coperto in nome di una priorità geopolitica anticomunista. Non un'operazione per drogare la propria popolazione, ma la disponibilità a chiudere un occhio sul narcotraffico quando serviva a un obiettivo strategico più grande.
E poi c'è l'oppio afghano. Durante i vent'anni di occupazione occidentale, l'Afghanistan è tornato a essere il primo produttore mondiale di oppio, arrivando a coprire la stragrande maggioranza dell'offerta globale. Le potenze presenti sul terreno convissero con quell'economia, quando non ne dipesero attraverso i signori della guerra locali alleati. È significativo che la produzione sia crollata solo dopo il ritorno dei talebani e il loro divieto di coltivazione del papavero dall'aprile 2022, un fattore che oggi l'agenzia europea sulle droghe indica tra le cause del vuoto d'offerta che i nuovi oppioidi sintetici stanno riempiendo.
Il filo che lega questi casi non è un complotto unico e onnisciente. È qualcosa di più semplice e più inquietante: gli apparati di sicurezza degli Stati potenti hanno ripetutamente considerato la droga un costo accettabile, a volte uno strumento, quando serviva a fini superiori. Chi ne paga il prezzo è sempre la popolazione, e quasi mai quella di chi decide.
L'Italia esposta
È qui che il furto di Roma smette di essere un fatto di cronaca e diventa un problema politico. Perché la vera domanda che l'episodio pone non è chi ha aperto la cassaforte, ma questa: l'Italia è in grado di governare da sé una minaccia che nasce altrove?
Al momento la risposta è tiepida. Simona Pichini, che dirige il Centro nazionale dipendenze dell'Istituto Superiore di Sanità, ha precisato che in Italia un vero mercato illecito di fentanyl non si è ancora osservato, e che i sequestri passati, come quello di Gioia Tauro, riguardavano partite destinate all'estero. È una buona notizia, ma è una notizia sul presente, non sul futuro. Il fronte europeo si sta spostando in fretta.
Il European Drug Report 2026 racconta un continente in cui i derivati del fentanyl vengono già sostituiti da famiglie di oppioidi sintetici ancora più potenti e sfuggenti: i nitazeni, e più di recente le orfine, molecole che possono essere centinaia di volte più forti dell'eroina. Solo nel 2025 all'Unione europea sono stati notificati sette nuovi oppioidi sintetici. La Bulgaria ha contato oltre cento morti per fentanyl tra il 2024 e il 2025. In Italia il primo decesso accertato per nitazeni risale al settembre 2024, a Brunico, per una dose infinitesimale di una sostanza ordinata sul dark web e spedita per posta da Grecia e Polonia, pagata in criptovalute.
Ecco il punto sulla sovranità. Nessuno degli elementi di questa filiera è sotto controllo italiano. I precursori si producono in Asia. Le molecole nuove nascono in laboratori esteri e vengono ordinate online, aggirando dogane e frontiere. Le regole di classificazione arrivano da Bruxelles, con i regolamenti europei che inseguono a fatica ogni nuova variante chimica. Persino l'antidoto, il naloxone, e i protocolli di risposta seguono modelli importati. L'Italia, in questa partita, è quasi interamente un Paese che riceve: riceve le sostanze, riceve le regole, riceverà eventualmente l'emergenza. Non ne governa quasi nulla a monte.
E quando il pericolo è già dentro i confini, il furto di Roma mostra quanto siano fragili le difese interne. Un armadio blindato aperto con la chiave giusta, una farmacia ospedaliera senza telecamere nel punto critico, una ventina di persone con accesso e nessun sistema che segnali l'ammanco in tempo reale. Non è un caso isolato: nell'ultimo decennio in Italia si contano una ventina di episodi simili, e solo nelle scorse settimane, nel Lazio, un uomo è stato arrestato con pasticche a base di fentanyl e un timbro per ricette rubato, mentre un medico è stato fermato all'uscita dall'ospedale con uno zaino pieno di fiale.
La reazione istituzionale, va detto, c'è stata: circolare del Ministero, ispezioni dei NAS lungo tutta la filiera, controlli estesi dalla Regione Lazio agli ospedali del territorio, riconvocazione del tavolo sul Piano nazionale anti-fentanyl varato nel marzo 2024. Sono misure giuste. Ma sono tutte difensive, tutte a valle, tutte pensate per contenere un fenomeno che si decide altrove. È la postura di chi para i colpi, non di chi controlla il ring.
Il termine giusto, allora, non è il complotto. È la dipendenza. L'Italia rischia di importare la crisi degli oppioidi come ha importato tante altre cose decise fuori: in ritardo, senza strumenti propri, adattandosi a un problema modellato sulle esigenze e sui mercati di altri. Che il primo grande allarme nazionale sia scattato non per un sequestro alle frontiere o per un'indagine sui canali di approvvigionamento, ma per ottanta fiale sparite da una cassaforte lasciata troppo accessibile, dice esattamente dove siamo. Non cavie di un esperimento pilotato da qualche regia occulta, ma qualcosa che dovrebbe preoccupare di più: un Paese che, sulla propria salute pubblica, ha delegato agli altri quasi ogni leva di comando, e se ne accorge solo quando il problema bussa alla porta di un ospedale nel quartiere Magliana.
Le indagini diranno chi ha rubato quelle fiale e dove sono finite. Ma la domanda che resta, quando i riflettori si spegneranno, è un'altra: se e quando arriverà davvero, l'onda del fentanyl troverà un Paese pronto a fermarla con le proprie mani, o uno abituato ad aspettare che siano gli altri a decidere come proteggerlo.