29/05/2026 strategic-culture.su  15min 🇮🇹 #315438

La Sco come architetto della sicurezza eurasiatica

Lorenzo Maria Pacini

Il prossimo summit della SCO è molto più di una riunione diplomatica di routine: è un momento-specchio in cui si riflettono le ambizioni, le contraddizioni e le possibilità di un ordine internazionale in costruzione

L'architettura della SCO favorirà una governance eurasiatica?

La Shanghai Cooperation Organization dal 2001 è nata con un mandato primariamente securitario: combattere il terrorismo, il separatismo e l'estremismo nelle regioni dell'Asia Centrale, in quello che i suoi documenti fondativi chiamano il contrasto alle 'tre forze del male'. Nel corso di oltre due decenni di attività, tuttavia, la SCO ha progressivamente ampliato la propria agenda verso dimensioni economiche, energetiche, logistiche e diplomatiche, trasformandosi in un organismo di governance regionale a pieno titolo.

Oggi la SCO include, tra membri effettivi e partner, una massa critica di popolazione e territorio che non ha precedenti nella storia delle organizzazioni internazionali: con l'adesione dell'India e del Pakistan nel 2017, e il successivo ingresso dell'Iran nel 2023, l'organismo copre circa il 40% della superficie terrestre e rappresenta quasi il 43% della popolazione mondiale. Il PIL aggregato dei membri supera i 23 trilioni di dollari, pari a circa un quarto del prodotto interno lordo globale. La funzione stabilizzatrice della SCO nell'arco eurasiatico si esercita su più livelli. Sul piano della sicurezza, la struttura regionale anti-terrorismo (RATS) coordina le attività di intelligence e contrasto tra i paesi membri, con particolare attenzione alla regione dell'Asia Centrale, tradizionale zona di instabilità e competizione geopolitica tra Russia, Cina e potenze esterne. Il progressivo ritiro americano dall'Afghanistan e il consolidamento del regime talebano a Kabul - con cui la SCO ha avviato un cauto dialogo pragmatico - hanno ridefinito le priorità securitarie del gruppo.

Sul piano economico, la SCO funge da cornice per lo sviluppo di interconnessioni infrastrutturali che si sovrappongono e integrano con la Belt and Road Initiative cinese. I corridoi di trasporto che collegano la Cina all'Europa attraverso l'Asia Centrale, la Mongolia e la Russia trovano nella SCO un quadro istituzionale di coordinamento e legittimazione. La sicurezza di questi corridoi - dalle pipeline agli snodi ferroviari ai porti strategici - è diventata una questione di interesse comune per tutti i membri.

Sul piano diplomatico, la SCO offre un forum di dialogo tra potenze che, al di fuori di questo contesto, intrattengono relazioni spesso conflittuali. Il dialogo India-Pakistan, il coordinamento sino-russo, la progressiva integrazione iraniana: tutti questi processi trovano nella SCO un canale istituzionale che, pur senza eliminare le tensioni, le gestisce entro confini accettabili.

La coppia sino-russa rimane il motore principale della SCO, pur con dinamiche di potere asimmetriche sempre più evidenti. Mosca ha storicamente considerato l'Asia Centrale come la propria 'estero vicino', esercitando un'influenza dominante attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). La guerra in Ucraina e il conseguente indebolimento strategico della Russia hanno tuttavia creato le condizioni per una redistribuzione dell'influenza nella regione, con Pechino che ha progressivamente aumentato la propria presenza economica e diplomatica in Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan.

Per la Cina, la SCO rappresenta un pilastro essenziale della propria strategia geopolitica eurasiatica: garantisce la stabilità del 'retroterra strategico' occidentale di Pechino, facilita l'implementazione della BRI, offre un canale per proiettare influenza normativa alternativa al modello liberale e crea un precedente istituzionale per una governance multipolare delle relazioni internazionali.

La crescente sovrapposizione tra la membership e le agende di SCO e BRICS solleva la questione, sempre più dibattuta nei circoli analitici internazionali, di una possibile integrazione o coordinamento formale tra i due organismi. Ad oggi, tale integrazione non esiste sul piano istituzionale: le due organizzazioni mantengono segretariati separati, procedure decisionali distinte e mandati formalmente differenti. Tuttavia, sul piano sostanziale, le convergenze si moltiplicano.

Sei aree di cooperazione emergono con particolare rilevanza analitica. La prima riguarda il coordinamento energetico: i paesi che condividono la membership in entrambi i gruppi sono protagonisti dei principali mercati energetici mondiali. Russia, Arabia Saudita, Iran e Kazakhstan detengono riserve di idrocarburi di scala globale, mentre Cina e India rappresentano i maggiori importatori mondiali. La definizione di meccanismi di pricing delle materie prime in valute alternative al dollaro, la costruzione di infrastrutture di trasporto condivise e la governance dei flussi energetici eurasiatici sono temi che naturalmente richiedono un coordinamento inter-istituzionale.

La seconda area riguarda la sicurezza delle infrastrutture critiche. I corridoi logistici eurasiatici attraversano regioni caratterizzate da instabilità politica, presenza di attori non statali violenti e competizione geopolitica tra potenze regionali. La SCO, con la propria expertise in materia di sicurezza, può svolgere un ruolo di garanzia e protezione lungo rotte che sono al tempo stesso di interesse BRICS.

La terza area, quella dei sistemi finanziari alternativi, è forse la più ambiziosa e la più controversa. La costruzione di un'architettura finanziaria che riduca la dipendenza dal dollaro e dalle istituzioni di Bretton Woods richiede una massa critica di attori che solo la combinazione BRICS-SCO può garantire. Tuttavia, le divergenze interne - in particolare tra Cina e India su chi debba guidare questo processo e in quale valuta - rendono questo obiettivo ancora lontano dalla realizzazione pratica.

Difficoltà strutturali e rotte da garantire

Sarebbe tuttavia analiticamente impreciso dipingere il binomio BRICS-SCO come un monolite strategico coeso. Le contraddizioni interne sono numerose e significative. Il contenzioso sino-indiano lungo il confine himalayano, riesploso drammaticamente nelle schermaglie di Galwan del 2020, continua a condizionare la qualità della cooperazione bilaterale e, di riflesso, la coesione dell'intero sistema BRICS-SCO. India e Cina competono per l'influenza in Bangladesh, Nepal, Sri Lanka e Myanmar, generando tensioni che si riflettono nelle posizioni dei due paesi all'interno degli organismi multilaterali.

Anche la coppia russo-cinese, pur apparentemente solidale, è attraversata da tensioni latenti. La dipendenza economica crescente di Mosca da Pechino, accelerata dalle sanzioni occidentali, ha creato un rapporto asimmetrico che il Cremlino percepisce come potenzialmente pericoloso nel lungo periodo. La Russia teme di diventare il 'junior partner' di una potenza cinese sempre più dominante, mentre Pechino ha interessi a preservare una Russia abbastanza forte da rappresentare un contrappeso agli Stati Uniti, ma non così autonoma da sfidare la preminenza cinese nell'architettura eurasiatica.

Il rischio di frammentazione interna rimane il principale limite strutturale sia dei BRICS che della SCO. Un blocco senza coesione ideologica profonda e senza istituzioni di enforcement credibili non è in grado di produrre beni pubblici globali paragonabili a quelli che il sistema liberale occidentale ha generato nel dopoguerra.

La Belt and Road Initiative (BRI), lanciata da Xi Jinping nel 2013, rappresenta il più ambizioso progetto infrastrutturale del XXI secolo e il principale strumento cinese di proiezione geopolitica su scala eurasiatica e globale. Con oltre 140 paesi aderenti e impegni finanziari stimati tra i 4 e gli 8 trilioni di dollari, la BRI si articola su due direttrici principali: la 'Cintura' terrestre, che attraversa l'Asia Centrale e il Medio Oriente verso l'Europa, e la 'Via' marittima, che collega i porti dell'Indo-Pacifico all'Oceano Indiano, al Golfo Persico e al Mediterraneo.

La SCO funge da cornice securitaria e diplomatica per la componente terrestre della BRI. I paesi dell'Asia Centrale che ospitano i corridoi ferroviari e stradali del progetto sono tutti membri o partner della SCO, e il coordinamento istituzionale tra le due strutture - pur non formalizzato in un trattato esplicito - si esercita attraverso canali bilaterali e multilaterali. La stabilizzazione politica della regione, obiettivo primario della SCO, è una condizione necessaria per la continuità operativa delle infrastrutture BRI.

Accanto alla BRI, un'altra iniziativa di connettività sta acquisendo crescente rilevanza geopolitica: l'International North-South Transport Corridor (INSTC), progetto trilaterale avviato nel 2000 da India, Iran e Russia che mira a collegare il subcontinente indiano all'Europa attraverso l'Iran, il Mar Caspio e la Russia. Il corridoio ridurrebbe significativamente i tempi di trasporto tra Mumbai e Mosca rispetto alle rotte marittime tradizionali attraverso il Canale di Suez.

L'INSTC è diventato strategicamente ancora più rilevante dopo il 2022, quando le sanzioni occidentali alla Russia hanno incentivato Mosca a diversificare le proprie rotte commerciali verso sud. L'Iran, anch'esso sotto sanzioni, ha un interesse parallelo a massimizzare il proprio ruolo come hub di transito eurasiatico. L'India, dal canto suo, vede nell'INSTC un modo per accedere ai mercati dell'Asia Centrale e della Russia senza dipendere dall'intermediazione cinese attraverso la BRI.

Le rotte artiche meritano anch'esse una menzione nell'analisi delle connettività emergenti. Il progressivo scioglimento dei ghiacci polari, conseguenza del cambiamento climatico, sta aprendo nuove possibilità di navigazione commerciale lungo la Northern Sea Route (NSR) che ridurrebbe drasticamente i tempi di percorrenza tra l'Asia Orientale e l'Europa settentrionale. La Russia, che controlla la gran parte delle coste lungo questo corridoio, punta a monetizzare questa posizione strategica attraverso la commercializzazione della rotta e la costruzione di infrastrutture portuali artiche.

Il commercio internazionale di energia è da decenni denominato prevalentemente in dollari americani, creando quello che gli analisti definiscono il 'petrodollaro' - un sistema che consente agli Stati Uniti di estrarre un rendimento di signoraggio dalla propria egemonia valutaria e di usare le sanzioni finanziarie come strumento di politica estera. La de-dollarizzazione degli scambi energetici è dunque un obiettivo strategico di prima priorità per le potenze BRICS-SCO che desiderano ridurre la propria vulnerabilità alle sanzioni americane.

Progressi concreti in questa direzione si registrano: la Cina ha negoziato con l'Arabia Saudita e con altri produttori del Golfo la possibilità di regolare parte delle forniture petrolifere in yuan; la Russia ha spostato una parte crescente dei propri scambi energetici verso valute non-dollaro nei rapporti con Cina, India e Turchia; l'Iran e la Russia hanno sviluppato meccanismi di baratto e pagamento in valute locali per aggirare le sanzioni. Tuttavia, la portata di questi cambiamenti rimane ancora marginale rispetto al volume totale degli scambi energetici globali, e la costruzione di alternative credibili al sistema del petrodollaro richiederà decenni di lavoro istituzionale.

I partenariati restano il miglior modello di transizione

Il paradigma della 'geopolitica dei partenariati' rappresenta forse l'innovazione concettuale più significativa che emerge dall'analisi del sistema internazionale contemporaneo. Nella logica della Guerra Fredda, il mondo era diviso in due blocchi rigidi e onnicomprensivi, con un limitato spazio per posizioni intermedie o neutrali. Nel sistema multipolare emergente, la logica dei blocchi viene progressivamente sostituita da quella delle reti: reti di cooperazione selettiva, variabile, sovrapponibile e non esclusiva.

Il concetto di multiallineamento - di cui l'India è oggi il principale praticante a livello globale - cattura questa logica nella sua forma più matura. Nuova Delhi partecipa ai BRICS e alla SCO, ma mantiene anche il Quad con Stati Uniti, Australia e Giappone; intrattiene relazioni commerciali privilegiate con la Russia, pur non sostenendo esplicitamente l'invasione dell'Ucraina; sviluppa partnership tecnologiche con Washington, pur rifiutando di allinearsi alle posizioni americane sulle questioni di governance globale.

Questo modello non è esclusivo dell'India: la Turchia, membro NATO, acquista sistemi missilistici russi S-400 e intrattiene relazioni privilegiate con Mosca in materia energetica; gli Emirati Arabi Uniti bilanciano i legami di sicurezza con gli Stati Uniti con una crescente apertura verso la Cina; il Vietnam mantiene relazioni pragmatiche con tutti i principali attori del sistema internazionale, nonostante le tensioni con la Cina nel Mar Cinese Meridionale.

Il regionalismo aperto - un concetto che descrive forme di integrazione regionale non esclusiva, compatibili con l'apertura verso attori extra-regionali - è un'altra caratteristica fondamentale della geopolitica dei partenariati. La SCO pratica implicitamente questo principio attraverso la sua struttura di membership differenziata: membri effettivi, osservatori e partner di dialogo costituiscono cerchi concentrici di integrazione con gradi diversi di impegno e vincolatività.

Il pragmatismo strategico - la capacità di anteporre gli interessi concreti alle affinità ideologiche o alle solidarietà di blocco - è forse il tratto più caratteristico della geopolitica dei partenariati. Paesi che condividono pochi valori politici e sistemi di governance profondamente diversi trovano nondimeno basi di cooperazione in specifici settori: energia, logistica, sicurezza informatica, governance finanziaria.

Un elemento di straordinaria rilevanza nella transizione multipolare è l'emergenza del cosiddetto Global South come attore autonomo, non più semplicemente oggetto delle strategie delle grandi potenze ma soggetto con proprie preferenze, interessi e capacità di agency. Questa affermazione di autonomia si manifesta in diversi modi: nell'astensione di numerosi paesi africani, asiatici e latinoamericani nelle votazioni dell'Assemblea Generale dell'ONU sui temi connessi alla guerra in Ucraina; nella ricerca di partnership diversificate che massimizzino il potere contrattuale dei singoli paesi; nella crescente rivendicazione di una riforma delle istituzioni di Bretton Woods per riflettere meglio i cambiamenti nei rapporti di forza economici globali.

BRICS e SCO si offrono come piattaforme privilegiate per la canalizzazione di queste istanze, anche se entrambe le organizzazioni rimangono dominate dai propri membri maggiori - Cina in primis - e rischiano di riprodurre, in formato diverso, dinamiche di dipendenza simili a quelle che caratterizzano i rapporti tra i paesi del Global South e l'Occidente.

Il prossimo vertice SCO sarà un banco di prova

Il prossimo vertice della SCO si colloca in un momento di straordinaria densità geopolitica. La guerra in Ucraina continua a ridefinire i rapporti di forza in Eurasia; le tensioni nello Stretto di Taiwan mantengono alta la temperatura nelle relazioni sino-americane; la transizione energetica globale sta ridisegnando le mappe del potere nei mercati delle materie prime; la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina si inasprisce sui fronti dei semiconduttori, dell'intelligenza artificiale e delle reti 5G.

In questo contesto, il summit SCO sarà chiamato a pronunciarsi su almeno quattro grandi questioni strategiche: la governance della sicurezza nell'Asia Centrale post-Afghanistan; il coordinamento delle politiche energetiche e infrastrutturali tra i membri; l'approfondimento della cooperazione finanziaria e monetaria in chiave de-dollarizzazione; la gestione delle tensioni interne tra India e Cina, che rischiano di compromettere l'efficacia dell'intero organismo.

Il primo scenario è quello della convergenza graduale tra SCO e BRICS, attraverso meccanismi di coordinamento informale che si istituzionalizzano progressivamente senza tuttavia arrivare a una fusione formale. In questo scenario, le due organizzazioni svilupperebbero agende sempre più allineate, con riunioni parallele, condivisione di expertise e progetti comuni, pur mantenendo identità istituzionali separate. Questo è il percorso più probabile nel breve-medio termine, in quanto preserva la flessibilità necessaria a gestire le divergenze interne.

Il secondo scenario è quello della frammentazione, in cui le contraddizioni interne - in particolare la rivalità sino-indiana - portano a una perdita di efficacia di entrambe le organizzazioni. In questo caso, i singoli paesi tornerebbero a privilegiare le relazioni bilaterali rispetto ai formati multilaterali, e il sogno di un'architettura istituzionale eurasiatica alternativa resterebbe sulla carta. Questo scenario è alimentato dall'assenza di meccanismi di enforcement, dalla mancanza di una visione condivisa sulla governance globale e dalla diffidenza reciproca tra le principali potenze del gruppo.

Il terzo scenario - il più ambizioso e al tempo stesso il meno probabile nel breve periodo - è quello di un'integrazione profonda che trasformi il sistema BRICS-SCO in un vero e proprio polo alternativo all'ordine liberale occidentale, con istituzioni finanziarie proprie, meccanismi di sicurezza coordinati e una narrativa normativa coerente. Questo scenario richiederebbe una convergenza geopolitica tra Cina, Russia e India che appare oggi difficile da realizzare, data la profondità delle rivalità bilaterali e la diversità dei modelli di sviluppo e dei sistemi politici.

Il sistema internazionale è nel mezzo di una transizione che potrebbe durare decenni prima di stabilizzarsi in un nuovo equilibrio. In questa fase di transizione, la 'geopolitica dei partenariati' non è un progetto compiuto ma un cantiere aperto: un insieme di pratiche, istituzioni e narrative che stanno gradualmente sostituendo la rigidità dei blocchi della Guerra Fredda con la flessibilità delle reti del XXI secolo. BRICS e SCO sono i laboratori più avanzati di questo esperimento.

La SCO, in particolare, si trova in una posizione strategica unica: è l'unica organizzazione internazionale che riunisce Cina, Russia e India - i tre poli di un potenziale ordine multipolare asiatico - attorno a un tavolo comune, con una storia istituzionale consolidata e meccanismi di cooperazione operativi. Il suo successo o fallimento nel gestire le tensioni interne e nel produrre beni pubblici regionali concreti sarà uno degli indicatori più affidabili della direzione che prenderà il sistema internazionale nei prossimi decenni.

Per l'Occidente - gli Stati Uniti, la NATO e l'Unione Europea - la sfida non è tanto quella di bloccare questi processi, quanto quella di comprenderli nella loro complessità e di sviluppare strategie di engagement che preservino gli interessi occidentali in un sistema internazionale che non può più essere governato da un unico polo. La competizione per l'influenza nel Global South, la ridefinizione delle regole del commercio internazionale, la governance delle tecnologie emergenti: questi sono i terreni su cui si deciderà il futuro dell'ordine internazionale.

Il multipolarismo non è necessariamente sinonimo di caos: può essere una forma di equilibrio, più instabile e costosa da gestire dell'unipolarismo, ma potenzialmente più resiliente e rappresentativa della pluralità degli interessi e delle culture che compongono il mondo contemporaneo.

Il prossimo summit della SCO è dunque molto più di una riunione diplomatica di routine: è un momento-specchio in cui si riflettono le ambizioni, le contraddizioni e le possibilità di un ordine internazionale in costruzione. Seguirlo con attenzione analitica è un esercizio indispensabile per chiunque voglia comprendere il mondo che emerge.

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