
Lorenzo Maria Pacini
Il controllo regionale iraniano non si basava sulla deterrenza nucleare, come hanno fatto altre superpotenze nel corso del XX secolo, ma, in assenza di tale tecnologia, era necessariamente basato su altri elementi.
Controllo regionale
Non c'è da stupirsi per gli attacchi che l'Iran continua a ricevere. Non è una novità, ma il continuo e periodico modus operandi dell'Occidente collettivo, che attacca l'Iran islamico e rivoluzionario perché rappresenta qualcosa di diverso dal loro modello, fuori dal loro controllo e, soprattutto, troppo potente come civiltà. E nel tempo dello scontro fra le civiltà, questo potenziale è incommensurabile.
Dalla rivoluzione del 1979, l'Iran ha dovuto stabilire un controllo regionale, basato sulla diplomazia, in particolare di stampo religioso, sulla continuità delle relazioni plurisecolari e sulla autodifesa costante dalle aggressioni esterne. La guerra imposta Iran-Iraq, gli attacchi di Israele, le manomissioni degli agenti inglesi, le pressioni americane con l'aggressione sistematica e puntuale di tutti i Paesi circostanti, sono solo alcuni degli esempi che possiamo citare.
Il controllo regionale iraniano non si è basato sulla deterrenza nucleare, come invece nel corso del Novecento hanno fatto le altre superpotenze, ma in mancanza di quella tecnologica si è basato necessariamente su altri elementi.
Uno dei pilastri principali della deterrenza iraniana nella regione del Golfo è rappresentato dalla capacità missilistica. L'Iran ha investito in modo significativo nello sviluppo di missili balistici e da crociera a corto e medio raggio, in grado di colpire obiettivi strategici nei Paesi del Golfo e oltre. Tali sistemi, spesso mobili e difficili da individuare preventivamente, svolgono una funzione deterrente fondamentale, poiché aumentano i costi potenziali di un'azione militare contro Teheran. La dottrina iraniana considera questi missili non tanto come strumenti offensivi, quanto come mezzi di dissuasione e di risposta in caso di aggressione.
Accanto alla dimensione missilistica, un ruolo centrale è svolto dalla strategia navale asimmetrica nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. Quest'ultimo rappresenta un punto di passaggio obbligato per una quota rilevante del commercio mondiale di idrocarburi, e la capacità iraniana di minacciarne la sicurezza costituisce uno strumento di deterrenza di primaria importanza. Le forze navali dei Pasdaran (Guardie della Rivoluzione Islamica) hanno sviluppato tattiche basate sull'impiego di piccole imbarcazioni veloci, mine navali, droni marittimi e missili antinave, concepite per contrastare anche forze navali tecnologicamente superiori. Questa impostazione asimmetrica mira a rendere estremamente costoso e rischioso qualsiasi tentativo di controllo militare dello stretto da parte di attori esterni.
Un ulteriore elemento chiave della deterrenza iraniana è rappresentato dalla cosiddetta "profondità strategica", costruita attraverso una rete di alleanze e attori non statali nella regione. Sebbene il Golfo Persico sia prevalentemente dominato da Stati rivali, l'Iran ha cercato di proiettare la propria influenza attraverso movimenti e milizie alleate, soprattutto nel più ampio contesto mediorientale. Questa rete, spesso definita come "asse della resistenza", consente a Teheran di esercitare una deterrenza indiretta, ampliando il campo di potenziali risposte a un'aggressione e aumentando l'incertezza strategica per i suoi avversari.
Non meno rilevante è la dimensione tecnologica e cibernetica della deterrenza iraniana. Negli ultimi anni, l'Iran ha dimostrato di possedere capacità cyber offensive e difensive, utilizzate sia come strumento di pressione sia come mezzo di risposta a operazioni ostili. In un contesto in cui le infrastrutture energetiche e militari dei Paesi del Golfo sono altamente digitalizzate, la minaccia cibernetica rappresenta un ulteriore fattore deterrente, difficile da attribuire con certezza e quindi particolarmente efficace sul piano strategico.
Nondimeno, la deterrenza iraniana si fonda anche su una dimensione politica e simbolica. La retorica della resistenza, l'enfasi sull'autonomia strategica e la capacità di sopportare sanzioni e pressioni esterne contribuiscono a rafforzare l'immagine di un attore disposto a sostenere costi elevati pur di difendere i propri interessi fondamentali. Questa percezione gioca un ruolo non secondario nella deterrenza, poiché influenza il calcolo costi-benefici degli avversari.
Vediamo ora, in breve, i singoli Paesi confinanti.
Iraq
Per Teheran, l'Iraq costituisce il principale nodo della propria sicurezza nazionale per una pluralità di ragioni: la contiguità geografica (i due Stati condividono un confine di circa 1.500 chilometri), il precedente storico dell'aggressione militare irachena all'Iran, e la rilevanza del polo religioso sciita di Najaf, che si pone in competizione con il centro iraniano di Qom.
A questa convergenza di interessi corrisponde una pluralità di finalità strategiche. In primo luogo, l'Iran mira a garantire che l'Iraq non possa più trasformarsi in una minaccia diretta alla propria sicurezza. Da qui deriva la strategia volta a sostenere un governo iracheno sufficientemente solido da scongiurare la disgregazione statale, ma non tanto potente da rappresentare un pericolo per Teheran.
Da tale obiettivo discende anche l'interesse alla salvaguardia dell'unità territoriale irachena, al fine di prevenire una frammentazione su base etnica o confessionale che potrebbe innescare effetti destabilizzanti anche oltre confine. Questo approccio emerge chiaramente nella ferma opposizione iraniana a qualsiasi progetto di indipendenza del Kurdistan iracheno e, in particolare, alle aspirazioni del governo regionale curdo di annettere Kirkuk e i suoi giacimenti petroliferi.
Un ulteriore obiettivo consiste nell'impedire che il territorio iracheno possa fungere da rifugio per gruppi ostili all'Iran - come avvenuto in passato con i Mojaheddin-e Khalq - o per organizzazioni terroristiche in grado di colpire oltre confine. Parallelamente, Teheran ha cercato di evitare che Baghdad finisse sotto un'eccessiva influenza statunitense. Dopo il rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003, l'Iran ha attuato una strategia volta a contenere la minaccia derivante dalla presenza militare americana lungo i propri confini, fino al ritiro delle truppe USA nel 2011. Analoghe perplessità sono emerse con il nuovo dispiegamento statunitense a partire dal 2014, ufficialmente finalizzato alla lotta contro lo Stato islamico. Tuttavia, la necessità di contrastare l'IS ha indotto Teheran ad accettare temporaneamente tale presenza, costruendo al contempo una sorta di "garanzia" attraverso il sostegno alle milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU).
Il contributo delle PMU si è rivelato decisivo nella sconfitta dello Stato islamico, ma la loro permanenza oltre la liberazione di Mosul solleva interrogativi rilevanti sul loro ruolo futuro, costituendo una sfida significativa all'autorità centrale irachena, con una influenza iraniana persistente nel Paese.
Nel medio periodo, l'obiettivo fondamentale dell'Iran resterà quello di impedire l'emergere di nuove minacce alla propria sicurezza dal fronte iracheno. Teheran cercherà verosimilmente di mantenere un ruolo rilevante nella politica interna irachena, anche attraverso il controllo delle PMU, alcune delle quali stanno evolvendo in soggetti politici, seguendo un percorso analogo a quello di Hezbollah in Libano.
Libano
Il Libano rappresenta l'unico contesto regionale in cui l'Iran è riuscito a plasmare un attore politico-militare che riproduce, almeno in parte, il modello rivoluzionario originario: Hezbollah. Fondato nel 1982 durante l'invasione israeliana del Libano, con il sostegno diretto dei pasdaran iraniani, il movimento si è fatto interprete delle rivendicazioni della comunità sciita libanese, storicamente marginalizzata rispetto ai gruppi cristiani e sunniti, nonché delle conseguenze destabilizzanti derivanti dalla presenza dei combattenti palestinesi e dalle reazioni militari israeliane.
Nel tempo, il rapporto inizialmente gerarchico tra Teheran e Hezbollah si è trasformato in una relazione più articolata e interdipendente. Diversi fattori hanno contribuito a questa evoluzione: la capacità di Hezbollah di costringere Israele al ritiro dal Libano meridionale nel 2000, la resistenza armata durante il conflitto del 2006 e, più recentemente, l'esperienza maturata nella guerra civile siriana al fianco di Assad, che ha permesso al movimento di acquisire nuove competenze operative e armamenti avanzati, o la forte resistenza contro l'aggressione dell'entità sionista fra il 2023 e il 2025.
Dal punto di vista iraniano, Hezbollah rappresenta un pilastro della strategia di "difesa avanzata", in quanto svolge un ruolo centrale nella deterrenza nei confronti di Israele. In assenza di capacità offensive dirette in grado di colpire Tel Aviv, Teheran considera Hezbollah una fondamentale assicurazione strategica ed una leva di grande potere nella politica libanese, che è costantemente tenuta sotto scacco dalla presenza americana.
Pur rimanendo un alleato di Teheran, Hezbollah ha progressivamente rafforzato la propria legittimità nazionale, presentandosi come portatore di interessi libanesi piuttosto che come semplice strumento iraniano. Il successo elettorale del maggio 2018, ottenuto insieme ai suoi alleati - tra cui il Movimento Patriottico Libero - ne è una chiara dimostrazione. Anche il martirio di Sayyed Nasrallah ha dimostrato che Hezbollah gode di grande presa popolare e di sostegno da parte della gente.
Siria
L'alleanza tra Iran e Siria risale alla guerra Iran-Iraq, periodo in cui Damasco fu uno dei pochi attori regionali a schierarsi con Teheran contro Saddam Hussein. Tale intesa si fonda sulla convergenza strategica rispetto a nemici comuni: il regime iracheno, Israele e la presenza statunitense in Medio Oriente.
La conservazione del legame con la Siria rappresenta uno degli elementi di coesione del frammentato panorama politico iraniano. Nonostante le tensioni intermittenti nei rapporti con la famiglia Assad, a Teheran prevale la convinzione che sia essenziale preservare l'orientamento strategico di Damasco. Lo scoppio della rivolta siriana e la sua degenerazione in guerra civile hanno rafforzato il timore che un cambio di regime - favorito dall'Occidente o da gruppi jihadisti - potesse condurre a un accerchiamento strategico dell'Iran.
All'interno del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano si è sviluppato un intenso dibattito sulle modalità di risposta alla crisi: da un lato, chi sosteneva la necessità di riforme politiche per disinnescare la rivolta; dall'altro, chi riteneva indispensabile una repressione immediata. Con la scelta di Assad di intervenire militarmente, l'Iran è intervenuto a suo sostegno, inizialmente con grande cautela. Nel 2012, la Guida Suprema ha limitato il numero di consiglieri militari iraniani a 1.500 unità. Tuttavia, il progressivo collasso dell'esercito siriano ha costretto Teheran a intensificare il proprio impegno, coinvolgendo Hezbollah, milizie sciite irachene e afghane e, infine, sollecitando l'intervento russo nel 2015.
L'ingresso della Russia ha modificato profondamente gli equilibri del conflitto e della regione, ridimensionando l'esclusività del rapporto tra Assad e Teheran. L'Iran ha dovuto accettare la mediazione di Mosca e l'inclusione della Turchia nel processo negoziale di Astana.
Tutto è cambiato con la caduta di Hassad e il nuovo corso della Siria di Al Jolani, sotto le direttive di Tel Aviv e Washington, trasformando la Siria in un protettorato instabile ed in un pericolo costante per tutta la regione, al di là del colore politico e del credo religioso.
Yemen
A differenza di Iraq e Siria, lo Yemen non costituisce una priorità strategica per l'Iran, secondo la dottrina militare. Tradizionalmente inserito nella sfera d'influenza saudita, il Paese è stato teatro di una ribellione - quella degli Houthi - nata da dinamiche politiche interne. Dopo una fase di conflitto armato iniziata nel 2004, gli Houthi avevano partecipato al processo di pace avviato nel 2012, poi fallito nel 2014, evento che ha portato alla presa di Sanaa e alla caduta del governo Hadi.
L'intervento militare della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati nel 2015 ha impedito la completa conquista del paese da parte degli Houthi, ma ha cristallizzato il conflitto in una guerra di logoramento. In questo contesto, l'Iran ha iniziato a sostenere il movimento houthi con armi e consiglieri, non per ambizioni territoriali, ma per contrastare l'influenza saudita, trasformando lo Yemen in un fattore di pressione strategica su Riyadh.
Proprio la limitata centralità dello Yemen nella strategia iraniana rende questo dossier uno dei più suscettibili a una soluzione negoziata. Teheran partecipa infatti a iniziative diplomatiche insieme ai paesi europei dell'E4. Tuttavia, una pace duratura richiede un compromesso tra Iran e Arabia Saudita che tenga conto anche dell'autonomia politica degli Houthi, una prospettiva che al momento appare lontana. In tutto ciò, gli yemeniti hanno dimostrato all'Iran il loro ruolo di grande rilievo nell'Asse della Resistenza, riuscendo non solo a resistere agli attacchi di Israele e Stati Uniti, ma anche ad infliggere duri colpi strategici alle due potenze. I recenti sviluppi di dicembre 2025 e gennaio 2026 stanno confermando questa prospettiva, e potrebbero aprire anche uno spazio di negoziazione fra Riyad e Teheran.
Arabia Saudita
La competizione tra Iran e Arabia Saudita, i due principali poli geopolitici del Medio Oriente, costituisce da decenni la principale linea di frattura regionale. I due paesi incarnano modelli politici, religiosi e strategici profondamente divergenti e, a partire dalla rivoluzione iraniana del 1979, hanno attraversato fasi alterne di dialogo e di forte contrapposizione. I tentativi di distensione, in particolare negli anni Novanta durante la presidenza di Hashemi Rafsanjani, sono stati progressivamente sostituiti da una crescente conflittualità.
Negli ultimi anni, tale rivalità si è accentuata a seguito delle Primavere arabe e del parziale disimpegno statunitense inaugurato dall'amministrazione Obama. La percezione saudita di un venir meno delle tradizionali garanzie di sicurezza offerte da Washington - evidente nell'abbandono di alleati storici come Mubarak e nella tolleranza verso le rivolte popolari - ha spinto Riyadh ad adottare una postura più assertiva e interventista. A ciò si è aggiunta la preoccupazione per l'ascesa di movimenti politici affini alla Fratellanza musulmana, percepiti come una minaccia diretta alla stabilità delle monarchie del Golfo.
In questo quadro, i numerosi teatri di crisi regionali - dalla Siria allo Yemen, passando per Libano e Iraq - sono divenuti spazi di confronto indiretto tra Teheran e Riyadh. Molti analisti hanno descritto questa dinamica come una vera e propria "guerra per procura", combattuta attraverso attori locali e milizie alleate, piuttosto che mediante uno scontro diretto. Il cambio di amministrazione negli Stati Uniti, con l'elezione di Donald Trump, ha rafforzato ulteriormente il fronte anti-iraniano: Washington e Riyadh hanno riallineato le proprie posizioni, identificando nuovamente l'Iran come la principale minaccia alla sicurezza regionale e dando avvio a una strategia di contenimento più coordinata.
Emirati Arabi Uniti
Anche le relazioni tra Iran ed Emirati Arabi Uniti attraversano attualmente una fase di forte tensione, che si protrae ormai da 5-6 anni. Pur essendo membri del GCC, gli EAU hanno storicamente perseguito una politica estera autonoma, allineandosi all'Arabia Saudita solo in presenza di interessi convergenti e mantenendo margini di indipendenza nei dossier ritenuti vitali per l'interesse nazionale emiratino.
In questo contesto, gli Emirati - e in particolare Dubai - hanno rappresentato per lungo tempo un canale fondamentale per le relazioni economiche con Teheran. Grazie alla sua funzione di hub commerciale e finanziario, Dubai ha consentito all'Iran di aggirare parzialmente il regime sanzionatorio internazionale, fungendo da centro di re-export e da piattaforma per operazioni finanziarie indirette.
Tuttavia, le conseguenze delle Primavere arabe e l'ascesa di una nuova leadership emiratina, guidata dal principe ereditario Mohammed bin Zayed, hanno determinato un significativo riorientamento della politica estera degli EAU. Oggi Abu Dhabi risulta fortemente allineata con Riyadh sui principali dossier regionali: dall'isolamento diplomatico del Qatar al confronto con l'Iran, dal conflitto yemenita al sostegno alle forze anti-Assad in Siria.
Questo mutamento ha progressivamente ridotto uno dei principali canali di interazione economica tra Iran ed Emirati. La stretta imposta alle attività dei trader iraniani e il rafforzamento dei controlli bancari rischiano di compromettere ulteriormente i legami bilaterali, accentuando l'isolamento economico di Teheran. In risposta, l'Iran guarda con crescente interesse a Oman e Qatar come possibili alternative per mantenere un accesso, seppur limitato, ai mercati internazionali.
Qatar
I rapporti tra Iran e Qatar, tradizionalmente improntati a un pragmatico equilibrio, hanno conosciuto un deciso rafforzamento a partire dalla crisi esplosa nel giugno 2017 tra Doha e il resto del GCC. Il tentativo, promosso da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, di isolare politicamente ed economicamente il Qatar ha spinto l'emirato a intensificare le proprie relazioni con Iran e Turchia, nel tentativo di superare il blocco imposto dai vicini.
In tale contesto, Teheran ha svolto un ruolo cruciale garantendo l'accesso al proprio spazio aereo e marittimo, permettendo al Qatar di mantenere attivi i collegamenti commerciali con il resto del mondo nonostante le restrizioni. Parallelamente, la Turchia ha assicurato forniture alimentari essenziali, compensando la chiusura delle frontiere saudite.
A distanza di anni dall'inizio della crisi, il Qatar non solo è riuscito a evitare il collasso economico, ma ha anche consolidato i rapporti con l'Iran, paradossalmente rafforzando il legame con quello stesso attore da cui il blocco del Golfo pretendeva una netta presa di distanza. Questa dinamica ha contribuito a ridefinire gli equilibri regionali e a evidenziare le profonde divisioni interne al GCC.
L'unica pecca del rapporto è emersa nel giugno del 2025, con la guerra dei dodici giorni, quando il Qatar ha dato il via libera per gli attacchi americani contro l'Iran, per poi vedersi colpito proprio dagli americani.
Oman
In un Medio Oriente caratterizzato da forti polarizzazioni, l'Oman si distingue da decenni per il suo ruolo di mediatore e per una politica estera improntata alla neutralità e all'equidistanza. Questa posizione è stata resa possibile dal mantenimento di un elevato grado di autonomia decisionale, che ha consentito a Mascate di intrattenere relazioni positive sia con l'Arabia Saudita sia con l'Iran.
I rapporti tra Oman e Iran, già solidi durante l'epoca dello shah, si sono consolidati ulteriormente dopo la rivoluzione del 1979, in netta controtendenza rispetto all'atteggiamento assunto dalle altre monarchie del Golfo. La cooperazione bilaterale si estende a numerosi ambiti, in particolare quello energetico e quello militare, come dimostrano le esercitazioni congiunte nello stretto di Hormuz avviate a partire dal 2014.
Negli ultimi anni, tuttavia, questa postura ha iniziato a essere messa sotto pressione. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno intensificato le sollecitazioni affinché l'Oman si allinei alla strategia di isolamento dell'Iran. Tali pressioni si manifestano soprattutto sul piano economico, attraverso ostacoli burocratici e ritardi negli scambi commerciali e nei flussi transfrontalieri.
La vulnerabilità strutturale dell'economia omanita - fortemente dipendente dalle rendite petrolifere e colpita da elevata disoccupazione giovanile - rende il paese particolarmente esposto a queste dinamiche. A ciò si aggiunge l'incertezza legata alla futura successione al sultano Qaboos, elemento che potrebbe compromettere la stabilità interna. Di conseguenza, la capacità dell'Oman di preservare nel medio-lungo periodo la propria autonomia in politica estera e il rapporto privilegiato con l'Iran appare sempre più incerta, di fronte alle crescenti pressioni provenienti dai principali attori del Golfo.