22/01/2026 strategic-culture.su  10min 🇮🇹 #302594

Quali operazioni politiche ibride violerebbero la regola di non-intervento ?

Lorenzo Maria Pacini

Gli Stati Uniti sono in grado di esercitare una profonda influenza sull'equilibrio politico interno di altri Stati senza ricorrere a un intervento militare diretto.

Non-intervento e manipolazione dei risultati elettorali

Le differenze nel modo in cui gli Stati descrivono il principio di non-intervento suggeriscono che potrebbero non essere d'accordo sul fatto che determinate attività di guerra ibrida, in particolare, informatiche, costituiscano una violazione. Come al solito, due pesi e due misure: gli USA pretendono di dettare le regole per il mondo intero, ma nel loro caso c'è sempre una eccezione.

Concentriamoci in particolare sull'ingerenza politica o, utilizzando la terminologia del diritto internazionale e del diritto militare, sulle azioni che influenzano la "scelta di un sistema politico" da parte di uno Stato. A seconda di quanto ampiamente gli Stati definiscono questa sfera protetta della scelta politica, o di quanto ritengono sia necessaria la "coercizione" per costituire un'ingerenza illegale, alcune operazioni informatiche potrebbero essere considerate legittime da alcuni Stati ma illegali da altri.

Tutti gli Stati concorderebbero probabilmente sul fatto che un'operazione informatica che manipola i risultati elettorali, come la violazione dei sistemi di voto elettronico e l'alterazione dei conteggi dei voti, violerebbe la regola di non-intervento. Il buon senso e la logica ci danno conferma: manomettere le elezioni è un atto di ingerenza.

Sul piano formale, anche gli Stati Uniti identificano esplicitamente tale condotta come un esempio di intervento illegale, ed anche considerando lo standard relativamente rigoroso di altri Paesi (come nell'Europa del Nord) in materia di coercizione, che richiede un comportamento che costringa uno Stato a prendere decisioni che altrimenti non prenderebbe, la manomissione dei risultati elettorali per cambiare il vincitore soddisfa questa soglia, poiché sostituisce direttamente una scelta esterna a quella dello Stato. Un comportamento di questo tipo, effettuato senza consenso, sembrerebbe anche "danneggiare" il sistema politico o "minare" la stabilità politica tutta.

Anche le intrusioni informatiche che interrompono le operazioni governative di un altro Stato, come la penetrazione nei server governativi, sarebbero considerate un intervento illegale secondo la maggior parte delle interpretazioni nazionali. Ne sono un esempio gli attacchi distribuiti di tipo denial-of-service, volti a bloccare l'accesso alle reti sovraccaricandole di traffico. Sebbene queste azioni spesso non causino distruzione fisica e quindi possano non raggiungere il livello di un uso della forza, potrebbero comunque violare il principio di non intervento.

Gli esperti della materia ritengono che tali attività sarebbero illegali se mirassero a imporre un cambiamento politico paralizzando le funzioni governative; se causassero semplicemente un'interruzione senza richiedere concessioni politiche, potrebbero, invece, non costituire una violazione. Al contrario, secondo le interpretazioni adottate da altri Stati, tali operazioni sarebbero comunque illegali. Il Regno Unito e l'Australia menzionano esplicitamente l'interferenza con l'attività parlamentare come intervento illegale, e conclusioni simili potrebbero derivare dall'approccio degli Stati Uniti e dagli standard più ampi applicati da Francia, Iran e Cina.

Recuperiamo un noto fatto di cronaca: durante le elezioni statunitensi del 2016, i giornali scrissero che attori russi avevano ottenuto e divulgato e-mail private appartenenti a John Podesta, presidente della campagna elettorale di Hillary Clinton, un'attività comunemente descritta come doxing. Ido Kilovaty ha definito questa particolare forma di doxing a fini politici come "Doxfare". Sebbene l'obiettivo apparente della Russia, secondo i media, fosse quello di diffondere informazioni dannose sulla campagna di Clinton a vantaggio di Donald Trump, sono ipotizzabili altri scenari. Ad esempio, uno Stato potrebbe hackerare e divulgare materiale compromettente su alti funzionari di un altro Paese per esercitare pressioni su tale Stato affinché modifichi le sue politiche.

Secondo l'interpretazione più comune del principio di non-intervento, tale condotta sarebbe illegale se le prove dimostrassero che era intesa a influenzare direttamente le decisioni di esclusiva competenza dello Stato bersaglio, come il riconoscimento diplomatico. Anche in assenza di un chiaro collegamento con una specifica richiesta politica, l'effetto intimidatorio di tali azioni potrebbe comunque privare uno Stato del pieno controllo sul proprio processo decisionale, o comunque "danneggiare", 'limitare' o "minare" l'autorità sovrana. Di conseguenza, secondo le interpretazioni maggioritarie, il doxing motivato da ragioni politiche violerebbe probabilmente la regola di non-intervento.

Per gli USA e il Regno Unito, invece, non è esattamente così: il doxing viene considerato come una attività collaterale fintanto che l'origine sono i loro apparati governativi, in quanto non necessariamente diretta a manomettere l'esito politico di elezioni e, quindi, non riconoscibile automaticamente come "intenzione di manomissione"; quando, invece, sono loro le vittime di questa azione ibrida, allora il riconoscimento della intenzione diventa una questione quasi automatica e il nemico viene immediatamente etichettato come attaccante. Sebbene le definizioni più ambigue degli Stati Uniti e del Regno Unito rendano la conclusione meno certa, si potrebbe ragionevolmente sostenere che influenzare le scelte di alti funzionari senza il loro consenso costituisce una forma di interferenza coercitiva in questioni centrali per la sovranità dello Stato.

Campagne di disinformazione occulte e di propaganda aperta

Pur essendo meno coercitive in senso stretto, campagne di disinformazione sofisticate e ben coordinate, finalizzate a modificare il comportamento di un altro Stato, possono comunque violare il principio di non-intervento. Oltre agli attacchi informatici e alla diffusione di email sottratte durante la campagna elettorale del 2016, i cosiddetti "troll" russi condussero un'ampia operazione sui social media volta a diffondere e amplificare notizie false e dannose su Hillary Clinton. Alcuni studiosi hanno sostenuto che tale attività abbia superato il confine tra semplice "propaganda" e vera e propria interferenza coercitiva. La natura clandestina di queste operazioni avrebbe privato l'elettorato statunitense della libertà di scelta, creando una situazione in cui non era possibile valutare correttamente le informazioni ricevute, con il risultato di indebolire e distorcere la capacità di autogoverno.

Secondo l'elevata soglia prevista dalla concezione tradizionale del non-intervento, sarebbe tuttavia complesso dimostrare che simili campagne siano in grado di "costringere" uno Stato a una determinata decisione, ad esempio provando che abbiano effettivamente influenzato l'esito elettorale. Alla luce della posizione iraniana, secondo cui l'invio massivo e diffuso di messaggi agli elettori costituisce un intervento illecito, le campagne di disinformazione rientrerebbero verosimilmente tra le violazioni. Analogamente, esse potrebbero essere considerate come un danno o un indebolimento dei processi elettorali ai sensi delle definizioni più ampie adottate da Francia e Cina. Una dichiarazione dell'ex consulente legale del Dipartimento di Stato statunitense, Brian Egan, qualifica come illecito un intervento che interferisca con la capacità di uno Stato di svolgere elezioni o che ne manipoli i risultati; interpretando in senso estensivo la nozione di "capacità di tenere elezioni", una campagna coordinata di disinformazione potrebbe quindi violare anche la concezione statunitense del non-intervento. Diversamente, la posizione dell'ex Procuratore generale britannico Wright, più esplicitamente riferita all'alterazione dei risultati elettorali, rende più difficile sostenere che simili campagne rientrino nella nozione britannica di intervento illecito.

Diverso è per le campagne di propaganda dichiarata, che sono meno suscettibili di violare il principio di non-intervento, poiché esiste una prassi consolidata di Stati che cercano di diffondere informazioni o opinioni all'interno di altri Paesi.

Un esempio storico è Radio Free Europe/Radio Liberty, avviata dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda per trasmettere notizie alle popolazioni dei regimi comunisti e tuttora attiva in numerose aree del mondo. Analogamente, Russia Today e Sputnik, così come China Daily e Xinhua, mirano a presentare notizie in modo favorevole, rispettivamente, alla Russia e alla Cina. Numerosi studiosi hanno distinto la propaganda dall'intervento coercitivo, sottolineando che, rispetto alle campagne di disinformazione occulte, i cittadini possono valutare con maggiore consapevolezza la fonte delle informazioni e difficilmente si può sostenere che vengano privati del controllo sulle proprie decisioni. Di conseguenza, le campagne di propaganda aperta - anche quando veicolano informazioni inesatte o esagerate - difficilmente violano le concezioni del non-intervento adottate da Stati Uniti, Regno Unito o Australia, così come la definizione particolarmente restrittiva intesa in Europa.

È vero che si potrebbe sostenere che la propaganda "danneggi" o "indebolisca" la capacità di uno Stato di prendere decisioni sovrane; in particolare, la nozione cinese di "sovranità cibernetica" implica il controllo totale dei flussi informativi all'interno del proprio territorio. Allo stesso modo, si potrebbe argomentare che qualsiasi invio massivo di messaggi agli elettori, indipendentemente dalla loro veridicità, costituisca una violazione secondo la definizione iraniana. Tuttavia, al di là di possibili interpretazioni semantiche, l'ampia prassi statale smentisce l'idea che il principio consuetudinario di non-intervento renda tali attività, in quanto tali, illecite.

L'eccezionalismo americano

Il doxing, però, è un'attività che gli USA conoscono molto bene e si è affermata come prassi e strumenti informale ma incisivo della competizione geopolitica contemporanea. È un'azione sistemica e strategica, ben oltre la semplice esposizione dei singoli individui. Gli USA hanno fatto ricorso a questa pratica soprattutto attraverso fughe di notizie selettive, documenti declassificati, rapporti di intelligence filtrati ai media e indagini giudiziarie con ampia copertura internazionale. ali azioni mirano a colpire élite politiche, militari ed economiche di Stati rivali, esponendone presunte attività illecite, corruzione, violazioni dei diritti umani o legami opachi con reti criminali e terroristiche. In questo modo, il doxing diventa uno strumento di pressione diplomatica e di guerra dell'informazione.

Un aspetto centrale è l'uso dei grandi media occidentali e delle piattaforme digitali come moltiplicatori di impatto. Le informazioni, spesso provenienti da fonti governative statunitensi o da apparati di sicurezza, vengono presentate come rivelazioni investigative indipendenti, contribuendo a costruire narrazioni delegittimanti nei confronti di governi stranieri. Ciò può tradursi in isolamento internazionale, sanzioni economiche, crisi interne o perdita di credibilità politica.

È una power projection non convenzionale, in cui la trasparenza selettiva e l'esposizione pubblica diventano armi geopolitiche. In un sistema internazionale sempre più multipolare, il doxing statale rappresenta quindi una nuova frontiera del conflitto politico, informativo e simbolico, in cui il controllo della narrazione e la gestione delle informazioni diventano elementi centrali della competizione tra potenze.

A queste attività di doxing si affiancano in modo strutturale le pratiche di propaganda aperta e propaganda occulta. La propaganda aperta si manifesta attraverso strumenti ufficiali e dichiarati: dichiarazioni pubbliche di leader politici, documenti strategici, rapporti del Dipartimento di Stato, programmi di promozione della democrazia, finanziamenti a ONG e campagne mediatiche esplicite volte a sostenere determinati valori, modelli istituzionali o alleanze geopolitiche. In questo caso, l'obiettivo è orientare l'opinione pubblica internazionale presentando la visione statunitense come legittima, universale e moralmente superiore. Quella occulta, invece, opera in modo più discreto e difficilmente tracciabile. Essa comprende il sostegno indiretto a media locali, influencer, think tank, attori culturali e politici che veicolano narrazioni favorevoli agli interessi statunitensi senza un'esplicita attribuzione della fonte. Rientrano in questa categoria anche operazioni di information warfare, campagne di framing selettivo delle notizie, amplificazione di conflitti interni e diffusione mirata di contenuti destabilizzanti attraverso piattaforme digitali e social network.

L'interazione tra propaganda e doxing è particolarmente significativa: la pubblicazione di informazioni compromettenti viene spesso accompagnata da una costruzione narrativa che ne indirizza l'interpretazione, trasformando dati e rivelazioni in strumenti di consenso o delegittimazione. In tal modo, gli USA riescono a esercitare un'influenza profonda sugli equilibri politici interni di altri Stati senza ricorrere a interventi militari diretti, consolidando una forma di egemonia informativa che incide sulla sovranità, sull'autonomia decisionale e sulla percezione internazionale dei Paesi coinvolti.

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